Sharing economy, gig economy. Quali differenze?

Condivisione, lavoro alternativo, impatto sul Pil e mercato del lavoro: i due modelli a confronto

Federalberghi, non molti giorni fa, ha presentato una studio, di fatto una denuncia, sul sommerso che gravita attorno all’universo della sharing economy, in particolare soffermandosi sull’abusivismo che interesserebbe alcuni comparti, in questo caso il turismo attraverso strutture irregolari. A tutto svantaggio, quindi, degli esercizi ricettivi ufficiali di cui ci informa periodicamente l’Istat.
In questi giorni si sta parlando molto di sharing economy a causa del recente sciopero dei “riders” di Foodora, il servizio di ordini e consegne a domicilio. Soprattutto, questi ultimi eventi, stanno modificando termini e concetti in letteratura.


La sharing economy, infatti, è la cosiddetta economia della condivisione, un modello che promuove nuove forme di consumo orientate all’utilizzo e non all’acquisto di un bene o servizio, sulla base di esigenze che accomunano più persone. Alcune forme di turismo – la recente crescita della spesa generata dai canali digitali si deve in buona parte alla sharing economy – o i casi di coworking (la condivisione di spazi di lavoro) rientrano a pieno titolo in questa categoria. Tutto il resto, invece, è legato soprattutto alla gig economy o on demand economy, servizi e beni su richiesta.


Non è semplice quantificare l’impatto economico di questi nuovi modelli sostenuti dalla tecnologia (di solito è tutto a portata di smartphone). Diversi studi hanno stimato un contributo ancora marginale, non oltre l’1% del Pil. Si tratta però, allo stesso tempo, di un segmento destinato a crescere molto.


Sul fronte occupazionale il discorso si fa più complesso. Chi sfrutta l’economia della condivisione, in realtà, sta mettendo a reddito gli asset di cui dispone (la casa o la stanza da affittare per brevi periodi, ad esempio). È sulla parte riguardante i servizi on demand che si rileva un eventuale impatto sul mercato del lavoro, anche mettendo in conto condizioni non sempre ottimali per i lavoratori. Tanti liberi professionisti, invece, hanno la possibilità di accumulare reddito (specie nei periodi in cui manca il lavoro), con maggiori conseguenze sul Pil.


Negli Stati Uniti, tuttavia, alcuni studi hanno messo in luce come la sharing economy vera e propria abbia generato occupazione aggiuntiva dello “zero virgola”, mentre i recenti risultati – positivi – registrati nel mercato del lavoro sono derivati anche dall’incremento del lavoro alternativo. Più in linea, appunto, con la gig economy (“gig”, lavoretto).


Ad ogni modo i numeri dei nuovi modelli economici lieviteranno nei prossimi anni. Secondo le previsioni del PriceWaterHouseCoopers, in Europa, le transazioni legate alla sharing economy – nei cinque settori chiave: finanza, alloggi, trasporti, servizi domestici e professionali – varranno 570 miliardi di euro entro il 2025, un valore decisamente superiore agli attuali 28 miliardi. Un successo che interesserà in larga parte i micro-imprenditori (l’85%) che forniscono servizi di questo tipo.

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