Tutti pazzi per la sharing economy, in Italia ci sono 206 piattaforme

In crescita i siti di condivisione e di crowdfunding, che tendono a specializzarsi per settore o su base territoriale

Tutti pazzi per la sharing economy. A dirlo, sono i dati presentati in occasione di Shareitaly 2016. Sono sempre di più i mercati in grado di cogliere il tipo di innovazione che l’economia circolare porta con sé: nel 2016 le piattaforme italiane di sharing economy (comprese quelle internazionali con sede in Italia) sono arrivate a quota 138, 68 quelle di crowdfunding, per un totale di 206. Rispetto alle 187 complessive del 2015, l’incremento è del 10%. La crescita riguarda diversi settori, ma i numeri più importanti arrivano dal settore dei trasporti (il 18% delle piattaforme analizzate), servizi alle persone (16,6%), servizi alle imprese (8,7%), cultura (9,4%), mentre rimane sostanzialmente invariato il turismo (12%). Le notizie buone non finiscono però qui, il mercato ha infatti ampi margini di crescita: il 51% delle piattaforme di sharing ha un numero di utenti inferiore a 5mila, mentre solo l’11% ne registra oltre 100mila. Lo stesso vale per le piattaforme di crowdfunding: il 49% ha un numero di donatori inferiore a 500 mentre il 9% supera i 50mila. Quando si parla di piattaforme crowdfunding, si pensa solitamente a big quali Indiegogo e Kickstarter, che non solo garantiscono una vetrina internazionale e un alto numero di donatori (con qualche rischio relativo), ma contribuiscono a creare, nel tempo, molti nuovi posti di lavoro. La tendenza oggi è però quella della specializzazione verticale di queste piattaforme, che finiscono per essere una nicchia molto specifica di un mercato in piena espansione. Esistono quelle come DevRev, per il crowdfunding di progetti rivolti alla comunità e con impatto sociale, oppure School Raising, specializzata nel lancio di idee innovative per le scuole italiane. C’è poi Musicraiser, piattaforma esclusivamente dedicata alla musica, fondata nel 2012 dal cantante dei Marta Sui Tubi Giovanni Gulino, che permette di raccogliere fondi per dischi, tour e videoclip. Per i cineamatori c’è Cineama, creata nel 2011, che unisce crowdfunding e crowdsourcing, promuovendo la raccolta fondi per la creazione, produzione, promozione e distribuzione di film, documentari, cortometraggi, web serie. Ci sono poi piattaforme che si focalizzano su un territorio specifico: Ideaginger è un sito di crowdfunding per l’Emilia Romagna, fondato nel 2012 da 5 ragazze che vivono a Bologna e che da anni lavorano nell’ambito della cultura e della creatività in Italia e all’estero. Kendoo, attiva nella provincia di Bergamo, è stata lanciata nel 2013 dalla società Media on e ha l’obiettivo di finanziare progetti secondo il modello all-or-nothing. Finanziamo il tuo futuro è una piattaforma di crowdfunding locale, volta a promuovere lo sviluppo di iniziative territoriali della Valle d’Intria in Puglia. Molte di queste presentano ancora numeri modesti, ma è un dato che non deve stupire se si pensa che la maggioranza di esse è nata giusto un paio di anni fa. Il trend è comunque positivo e di crescita costante: nel 2015 il 20% delle piattaforme sharing raggiungeva più di 30mila utenti, ora sono il 31%. Nel 2015 solo il 35% delle piattaforme di crowdfunding raggiungeva più di 1.000 finanziatori/donatori, adesso lo fa l’82%.

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