L’alleanza Jp Morgan-Renzi e le sorti della finanza italiana

Per i complottisti la banca d’affari è il consigliere più ascoltato dal premier. Ma le cose stanno davvero così? Di certo ci sono gli ottimi rapporti con Palazzo Chigi.
Che cosa combina in Italia Jp Morgan, e perché si parla tanto male di lei (e dei suoi rapporti con Matteo Renzi)? Parafrasando il titolo di un film degli anni Settanta (Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me?), oggi non c’è un Dustin Hoffman cantante fallito che fa telefonate anonime spacciandosi per un inesistente Harry Kellerman e sparge veleno sul proprio conto, quanto invece un agitatissimo “popolo del web”, grillino e non solo, che dice che la più grande banca d’affari del mondo, secondo istituto in assoluto dietro a Wells Fargo, muove come una marionetta il capo del governo, avendo addirittura ispirato la riforma costituzionale oggetto di referendum il 4 dicembre. Siamo insomma in area poteri forti, materia prediletta dei “webeti” per dirla con Enrico Mentana.

Eppure non ci sono solo gli specialisti della tastiera o le piazzate alla Beppe Grillo e Matteo Salvini a inquadrare il rapporto speciale tra Jp Morgan, il suo numero uno Jamie Dimon, il suo consulente di lusso ed ex premier inglese Tony Blair, e Renzi. Prova generale di sfondamento nella finanza italiana – questo lo scrive il Wall Street Journal, non Alessandro Di Battista – è la ricapitalizzazione e il riassetto del Monte dei Paschi di Siena, già territorio privato della sinistra pre-renziana, ex campo di battaglia tra arrembanti banchieri dalemiani e funzionari della aristocrazia territoriale rossa, oggi a rischio default con lo Stato che ne è primo azionista con il 4%. Insomma, banca sistemica non per il blasone di un tempo, ma perché se fallisse la ricapitalizzazione – che vede appunto come advisor Jp Morgan – il tracollo costerebbe alle casse pubbliche non meno di cinque miliardi con ovvie ricadute sul governo renziano.
Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera, ha scritto un editoriale intitolato “Un’opaca vicenda bancaria”, nel quale ha sbagliato un dettaglio: che l’ex amministratore delegato di Mps Fabrizio Viola, dimissionato per telefono dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, pare su richiesta americana, si sia visto anticipare il licenziamento da un sms di Marco Carrai, consigliere di Renzi della primissima ora. Quel messaggino era invece di saluto a un amico, successivo all’intervento di Padoan, de Bortoli lo ha ammesso e Carrai ha ritirato il proposito di querela. Sul resto però chiarimenti zero e l’alea di opacità rimane.
Dopo Viola sostituito da Marco Morelli, è stato rimpiazzato il già prodiano presidente Massimo Tononi: domenica 7 dicembre la Fondazione, titolare di un residuale 1,5%, ha formalizzato la candidatura di Alessandro Falciai; è un imprenditore livornese con base a Milano che ha fatto fortuna con le torri di trasmissione tv. Nel 2012 ha ceduto la sua quota in Dmt, Digital Multimedia Techonologies, a Ei Towers del gruppo Mediaset; con il ricavato si è comprato l’1,8% della banca senese divenendone quarto azionista. Il che aggiunge un po’ di pepe alla faccenda. Ma il sapore vero è dato dalla versione di Jp Morgan come grande burattinaia.

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